Anno di pubblicazione: 2026
Igino Dorissa dopo aver saccheggiato tutti gli archivi parrocchiali della Valle del But e l’Archivio di
Stato di Udine su ciò che riguarda la stessa valle, fino a trovare l’ardire di darci la storia di tutte le
tombe del cimitero di San Pietro, ora ha trovato il coraggio di fare il salto di qualità è s’è dato al
romanzo storico. E direi che c’è riuscito! Nessuno credo più di uno come lui abituato a decifrare le
carte, sente il bisogno ad un certo punto di trasmettere le sensazioni e le emozioni che gli hanno
trasmesso quelle carte.
Dopo aver portato il lettore a leggere la storia che si intuisce da quelle carte ora ha voluto portarlo ad emozionarsi, ad entrare e condividere le storie umane che si nascondono in quelle carte a sentire l’odore del sudore di chi ha scritto, ma soprattutto di chi è stato oggetto della scrittura delle carte che ha portato alla luce. Nel freddo resoconto di un notaio, lui entra a leggere tra le righe per capire ciò che il notaio non ha saputo trasmettere, e per farlo non può che ricorrere alla forma del romanzo storico con il notaio protagonista.
Il Manzoni situa la storia dei promessi sposi che l’ha reso famoso nel contesto della storia della peste che ha colpito l’Italia tra il 1629 e il 1631. Anche in Carnia è arrivata quella disgrazia, ma a rievocarla Dorissa arriva attraverso l’emblematico disastro che ha colpito la Carnia nella sua storia e nella sua cultura, con l’incendio del tetto della Pieve di San Pietro del 1705.
Già dal mattino il notaio sentiva che stava per succedere qualcosa, ma non poteva immaginare che fosse il disastro provocato da un giovane operaio intento a riparare le “scandole” del tetto della Chiesa.
E qui il romanzo prende i ritmi dell’epopea di un popolo quello carnico che si ritrova nell’obiettivo di
rimettere a nuovo il tetto. Come era? No. Con le pianelle smaltate di verde, come le case dei
maggiorenti, e l’intelligenza di farsi una fornace a Fielis per produrle!
Ma dentro alla chiesa in riparazione, viene alla luce l’enigma che porta il romanzo alla peste
di ottanta anni prima. Un enigma che naturalmente non si può spoilerare, lasciando al lettore il
gusto della scoperta.
Una suspence che Dorissa sa dosare a partire già dalle pagine del proemio,quando il lettore si ritrova a leggere del nodaro Gio Pietro Venturini che scrive “non di rado accade che sia necessario l’incendio delle cose visibili, affinché coloro ai quali ne è affidata la custodia apprendano finalmente il peso, non lieve, di ciò che sono chiamati a conoscere” a cui risponde dopo trecento anni un discendente quale potrebbe essere Dorissa affidando ai lettori la sua storia recuperata tra le sue carte, assieme a quella della ricostruzione del tetto della Pieve, di cui è in qualche modo direttore dei lavori e dell’enigma che l’incendio ha portato alla luce.