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Per i cento anni di Romano De Crignis

Pubblicato il 29/12/202529/12/2025

Cristina De Crignis

Che nome vuoi? Partigiano per caso.

 

Nella autobiografia dell’esperienza di partigiano di Romano De Crignis raccolta dalla figlia Cristina si ha un compendio di quella che, salvo lodevoli eccezioni, è stata la storia della Resistenza in Carnia. “Anche io sono stato uno di loro, ma loro non sono stati sempre eroi giusti” è l’affermazione che dovrebbe concludere il racconto ma che giustamente viene posta in apertura, perché ne costituisce la sintesi.

Nel 1944 Romano (nato del 1925 e che quindi quest’anno compie 100 anni) è in età di leva, pensa di cavarsela , ma poi viene reclutato di forza per entrre nell’esercito tedesco, perché la Carnia è di fatto territorio tedesco parte del land Adriatisches Kunstenland.

Gran parte dei soggetti alla leva aveva già fatto la scelta di fare i renitenti e darsi alla macchia, nella convinzione che la guerra fosse vicina e che quella fosse la scelta più coveniente.

In ritardo lo capisce anche De Crignis che  in modo roccambolesco e rischiando la vita fugge dal campo di reclutamento. Dopo un rientro altrettanto rischioso e roccambolesco arriva a Cescans dove incontra i partigiani della Osoppo e “d’istinto” decide di fermarsi con loro.

Deve darsi un nome, ma non ne capisce neppure il motivo e gli viene dato d’autorità quello di “Mas” e si ritrova così “con il  nuovo nome uno schioppo pesante legato alla spalla con una corda e un caricatore arruginito. Partigiano per caso”. Gli assegnano il compito di portare in giro per i sentieri di montagna una mitragliatrice pesante che è “pesantissima”

Ma non va poi tanto male la vita  in un casone di boscaioli vicino a Chiampaman una borgata del Comune di Verzegnis. Molti hanno anche dei parenti che salgono a portare loro del cibo.” Le giornate sono tutte uguali non succede mai niente ma un giorno arrivano due della Garibaldi, e scopre che c’è il rischio di finire uccisi perché osovani. “Ma come non abbiamo tutti lo stesso scopo?” si chiede come il febbraio successivo si chiederanno gli osovani di Porzus.

L’8 ottobre in Carnia si scatena l’inferno  con i tedeschi e i cosacchi alla riconquista della Caarnia Libera, la destra del Tagliamento non è interessata dall’azione e De Crignis con una trentina di compagni ha la possibilità di ritirarsi nella zona di Tramonti.

Non sa che in Carnia, dopo la finta resistenza che è costata dolore e sangue ai carnici. la gran parte dei partigiani renitenti alla leva è rientrata. Lavorano con la Todt dell’impresa Filippuzzi o nella miniera di Ovaro, sotto gli occhi di fascisti e tedeschi che fanno finta di non sapere.

Lui, per caso, è finito con quelli che continuano la resistenza anche durante l’inverno. Ed è stato  veramente duro  girare con gli scarpez per i sentieri coperti di neve alimentandosi con una polenta che neppure gli animali avrebbero mangiato.

A dicembre i tedeschi decidono di “ripulire” anche la valle tramontina e De Crignis ha il battesimo di fuoco, con il compito di “reggere la cartucciera del fucile mitrgliatore”

Dopo la battaglia che sembra vinta anche lui capisce che è meglio tornare a casa. Di nuovo un rientro roccambolesco. Con quattro compagni che si salvano grazie alla sua abilità nel muoversi in montagna.

“La sorte mi ha concesso ancora una vita” pensa all’arrivo a Cesclans dove “una organizzazione attiva in paese è in grado di procurare dei lasciapassare”. E passa infatti con i Cosacchi che fanno finta di credere che sia “un operaio che esegue lavori civili per i tedeschi in Friuli”.

A casa si trova la sorpresa della mancanza d’acqua. I partigiani hanno fatto saltare la presa in Lunze e bisogna attendere che l’impresa Filippuzzi finisca i lavori per ricavare un pozzo in Piazza Centa e intanto rifornirsi a Caneva, con il rischio di finire sotto il tiro dei partigiani che tengono sotto assedio Tolmezzo da Somp lis voris..

Non manca nel racconto di De Crignis neppure il ricordo di cosa è stata la lotta partigiana in Carnia, come si racconta, fuori dai convegni.  nelle case e nelle osterie”.      Quando si riportano i tanti episodi per cui a Lauco s’erano meritati il titolo di “camarins”: a sottolineare lo sprezzo con il quale sprecavano quanto avevano asportato dalla cantine: riducendo la gente alla fame.

Uno  spreco che nel racconto di De Crignis trova posto, in un paradosso rovesciato che se non fosse autobiografico sarebbe un intelligente espediente letterario..

Nel 2007 infatti in un bar dalle parti di Moggio gli scappa da dire “Anche io ho…dovuto fare il partigiano”

“La donna dietro il bancone mi sente, serra gli occhi, mi fissa e sentenzia: “Sei stato partigiano!? Ammazzarvi tutti!” E ricorda di quando bambina a casa sua a Stavoli di Moggio sono arrivati i partigiani a prendersi con la prepotenza le due mucche che garantivano la sopravvivenza della famiglia. Lei con l’incoscienza dei bambini, visto che i suoi non avevano il coraggio di farlo, aveva protestato e s’era preso un tremendo schiaffo. Una della due mucche stava per partorire, doveva essere lasciata in stalla. E infatti il giorno dopo l’hanno trovata morta “con il suo vitello dentro il suo ventre, con la sua grande massa di carne, che avrebbe sfamato il paese intero, a imputridirsi per nessuno”.

“Lasciatemi dire”, conclude De Crignis, “non temo più i giudizi” e tra le righe del suo memoriale a me pare di trovare una risposta anche al perché tante di quelle  lodevoli eccezioni di cui parlo all’inizio siano finite tragicamente.

Forse proprio per mano di certi partigiani “non per caso ma per opportunità” liberi di sfogare gli istinti più bassi, invece che pensare agli ideali: Nella Carnia libera liberi di condurre  una propria guerra contro i carnici prima che contro i nemici.

Non possono essere solo un caso le morti dei comandanti le operazioni. Mansueto Nassivera (24 giugno) Aulo Magrini (15 luglio) sulla strada per il confine austriaco, Italo Cristolfoli a Sappada o quelle a seguito di delazioni come Pietro Roiatti il 14 dicembre a Pieria di Prato Carnico, Augusto Nassivera al rio Vinadia  l’11 gennaio 45,  Mario Foschiani catturato il 28 febbraio, Andrea Pellizzari  ucciso a Tolvis di Socchieve il 1 marzo e lo stesso Mirko costretto a passare l’inverno in una grotta per poi cadere per mano dei suoi nell’aprile del ’45.

Una scia di morti su cui si è voluto gettare un velo, che se fosse rimosso, ci porterebbe a scoprire il vero volto della  Resistenza in Carnia, l’ultima  verità di cui parla Gianni Conedera, di quella che anche Andea Zanini definisce una guerra civile di carnici contro carnici,

Comunque per tornare a Romano De Crignis, a sorpresa nel 1967 si trova con in mano la croce al merito di guerra per essere stato partigiano combattente. Altri che non hanno neppure tenuto come lui  il caricatore della mitragliatrice, ne andranno orgogliosi. Lui nella sua onestà intellettuale si sente in imbarazzo ma comunque alla fine riesce a darsi una giustificazione in quei quattro compagni che al rientro da Tremonti si sono salvati per la sua esperienza di uomo di montagna e non certo per quella di partigiano per caso.

Così tra le tante pagine di una storia personale che arriva al non usuale traguardo dei cento anni, può metterci  con orgoglio anche la benemerenza del partigiano Mas.

Autore del post

  • Igino Piutti
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